Sempre sul pezzo e puntuale come sono, segnalo con quasi un mese di ritardo una graditissima menzione di Qui(nonè)taipei sul sito www.expat.com (sezione Italia) insieme ad altri blog di colleghe, o mamme in esilio, che vi invito a leggere prima di fare la nostra stessa pazzia.
Ovviamente scherzo e, anzi, proprio il racconto delle nostre esperienze, sebbene diverse e uniche nel loro genere, io credo possa essere di stimolo e di conforto per chi stesse valutando di fare le valigie o meno.
Cliccate qui per saperne di più :
http://www.expat.com/newsletter/top/398_marzo-2017.html



Alle 9.29 del martedì e del giovedì mattina, pioggia, vento, afa, inquinamento, neve, bombardamento, Trump, suona il campanello. Al di là della porta uno dei personaggi chiave della mia vita shanghaiese che presento su questo blog con un ingiustificabile ritardo. Lui è il maestro Wang, o Wang laoshi, l'uomo che ha avuto dal destino l'ingrato compito di insegnarmi cinese.
È arrivato in ritardo solo due volte - erano le 9.31 e mi ha mandato un sms di scuse alle 9.29.

Contro il maestro Wang la sfortuna si è purtroppo accanita due volte. La prima quando la scuola per cui lavora lo aveva assegnato ad Iduzzo che, nel giro di qualche settimana, aveva gettato la spugna perché il corso era troppo impegnativo. Pare, invece, che si sia trattato di una separazione consensuale poiché il coniuge aveva chiesto uno spostamento di orario che però a Wang non andava bene e quindi quale miglior occasione per scaricarsi a vicenda ?
La seconda quando, una decina di giorni dopo, la stessa scuola gli ha chiesto di insegnare alla sottoscritta e, tu guarda, proprio in quell’orario scomodo che non gli aveva permesso di esaudire la richiesta del consorte.
Nel mio caso, però, io credo lui abbia erroneamente intravisto un grande potenziale quando, al test per determinare il livello, ho capito come barare sulla traduzione di alcune frasi che sembravano ripetersi, facendo un'ottima figura. "Your Chinese is very good" mi ha detto serissimo.

Le prime lezioni sono state durissime. Novanta minuti di sofferenza in cui sentivo il cervello contrarsi e chiamare al raduno i pochi neuroni rimasti, per poi fondersi completamente con fumo dalle orecchie.
I miei ripetuti tentativi di divagare, con domande all'apparenza generiche ma in realtà mirate a saperne un po' di più sul mio quieto torturatore, venivano puntualmente ed educatamente stroncati.
Intanto il tempo passava lento e, trascorsa la prima mezz'ora, ne avevo già fin sopra i capelli perché, nonostante le apparenze, il cinese non è una lingua semplicissima. Nonostante infatti il maestro Wang ami ripetere che si tratta di una lingua very logical, io ho ancora le mie perplessità.
A momenti di esaltazione per essermi ricordata l'ennesimo vocabolo di tre lettere, con almeno cinquanta significati diversi a seconda dell'impercettibile accento con cui è pronunciato, ne seguivano di altrettanto frustranti.
 Ma il maestro Wang, lui, non si è mai dato per vinto e, anche ricorrendo ad assurdi ma apprezzabili incoraggiamenti del tipo : “Anna if you use this word, people will think you are a local !” – Sicuro ! – piuttosto che : “Your pronunciation is very good, you will be soon fluent in Chinese” - "Ma soon quando ?", mi ha sempre spronato ad andare avanti.

E piano piano, nonostante la sua estrema riservatezza, sono cominciati ad emergere dettagli interessanti della sua vita privata. Un passato da giornalista, carriera che ha dovuto interrompere non appena il lungimirante apparato cinese ha cominciato a mettergli i bastoni fra le ruote e a controllare eccessivamente il suo operato, censurandogli articoli e limitando drasticamente il suo raggio d’azione. 
Questa attività, dagli anni universitari a Pechino fino a quelli più maturi qui a Shanghai, gli ha comunque permesso di conoscere un sacco di gente e anche di un certo livello.
Oltre ad un ottimo inglese, durante frequenti soggiorni in Europa, ha imparato lo spagnolo ed io sospetto anche l’italiano nonostante lui sorvoli sull’argomento.
Il maestro Wang è decisamente l’uomo cinese più colto che io conosca qui a Shanghai e, attraverso le nostre acrobatiche lezioni, cerco sempre di portare l’argomento su qualche tema che m’interessi particolarmente, che sia un libro, un film cinese o una mostra d’arte.
Lui mi asseconda purché non si perda di vista lo scopo dei nostri incontri settimanali e quindi la conversazione deve svolgersi per quanto possibile in cinese. Mi trovo quindi spesso a riempire il mio quadernino di termini eruditi in cinese quando, però, mi servirebbero molto di più “pomodoro” o “latte”.
E anche quando, molto più banalmente, cadiamo nella quotidianità, il maestro Wang punta sempre alla lingua nobile senza rendersi conto di chi ha di fronte o, forse proprio perché demotivato dall’ennesima allieva occidentale incapace, si rifiuta comunque di svilire se stesso ed il proprio mestiere.
Un giorno gli ho chiesto di dirmi come si dicesse “bicicletta” perché quella mattina sarei andata a far mettere a posto la mia e mi avrebbe fatto comodo sapere un paio di vocaboli invece di ridurmi al solito ed estenuante gioco dei mimi.
Mi ha scritto una serie interminabile di caratteri, che infatti non ricordo, poi si è fermato e ha aggiunto : “There is also a more casual way to say bycicle : Danche.” Due caratteri invece di quarantacinque che, guarda caso, utilizzano tutti tranne, forse, i professori di letteratura cinese all’Università di Pechino. Un po’ come se ad uno straniero si insegnasse che “bicycle” in italiano si dice “velocipede” ma volendo anche “bici”.

I primi mesi, fino a Natale, sono stati ostici e, finita la prima ora e mezza post lezione, quando ancora fresca di lezione, scendevo in portineria e tentavo goffamente di avviare una conversazione con il doorman di turno, cercando di utilizzare più o meno tutti i vocaboli appena appresi, anche a sproposito : “Oggi non nevica. Il tempo è bello. C’è il sole”, quando a Shanghai non nevica mai e di inverno il cielo è, salvo rare eccezioni, beige smog, all’ennesima risposta che non capivo, e forse meglio così perché, secondo me, mi hanno anche dato dell’idiota, cadevo nella depressione più profonda.
Il fondo l’ho raschiato proprio la prima lezione subito dopo Natale quando il mio cervello si è categoricamente rifiutato di suggerirmi anche il termine più banale tipo “hao/bene” e persino il maestro Wang, dalla disperazione, ha iniziato a rivolgere discreti e rapidi sguardi all’orologio sperando che arrivassero presto le undici, ora in cui ci congediamo.

Poi la risalita. Nel giro di un paio di mesi non so cosa sia successo ma lo scazzo dei martedì e dei giovedì mattina, quando solo all’idea di dovermi macinare 90 minuti di sci,ge,gi,zuo,cian mi veniva il latte alle ginocchia, si è trasformato nel piacere di capirci un po’ di più nonostante la serena consapevolezza di non potercela mai fare.
E allora ripasso anche il giorno prima, ascolto inutilmente la radio cinese mentre mi vesto e guardo le puntate di Peppa Pig in cinese con i miei figli, il tutto senza afferrare mai più di una parola per giorno. Pas mal. Insomma mi applico, inutilmente, ma mi applico.
Ma mentre io ho ripreso fiducia in me stessa, il maestro Wang deve, invece, averla persa perché ultimamente, nonostante mi ostini a blaterare parole senza senso nel suo idioma, lui mi risponde sempre più spesso in inglese, a volte in spagnolo e proprio l’altro giorno mi ha persino chiesto come si dicesse Monday in italiano.
“Primo giorno della settimana” gli ho risposto “but there is also a more casual way to say it – Lunedì !” Chi la fa, l’aspetti.



Entrati nello spirito, non c'è che dire 
Da sempre per me l'anno cambia numero a settembre. Inizia con la riapertura delle scuola e termina con le vacanze estive. Fedele a questa convinzione mi trovo in profondo disaccordo con il calendario gregoriano. Che senso ha, infatti, far partire l'anno nuovo a gennaio, il mese più triste, quando nessuno ha né la voglia né l'energia di rimettersi in pista dopo la pausa natalizia ? 
Senza contare che ognuno dovrebbe avere il proprio calendario personale. Per esempio io sono nel 6 d.M. dove per d.M. intendo "dopo Matteo". La mia vita è infatti sostanzialmente cambiata il 30 giugno 2010, giorno in cui sono diventata mamma. Tutto ciò che è successo dal 34 a.M sino a quell'afosa giornata d'estate in cui cercavo disperatamente di partorire appartiene ad un'altra era, ad un'altra vita e ad un'altra me.

Era quindi destino che sul mio cammino incontrassi un ebreo che, per convenzione, utilizza il nostro calendario ma che per tradizione, invece, festeggia l'inizio di un nuovo anno proprio fra settembre e ottobre.

La festa di Rosh hashana, o letteralmente capo dell'anno, non ha nulla a che fare con la nascita di Cristo, per gli ebrei tuttora un profeta no global, ma risale alla date della creazione del mondo che i rabbini stimano, in base alla Bibbia, intorno al 3760 a.C. E poiché l'anno zero ovviamente non esiste, adesso loro sono nel 5777.
Secondo il calendario lunisolare ebraico, la festa cade il primo giorno di Tishri, mese in cui iniziano i dieci giorni di pentimento durante i quali gli ebrei dovrebbero farsi l'esame di coscienza sull'anno appena trascorso e chiedere perdono a Dio che deciderà se perdonarli o meno quando è Yom Kippur. 
Per me tutta questa storia è assolutamente irrilevante ma resta il fatto che in Israele, per esempio, il periodo delle feste cada proprio in autunno, stagione che trovo più appropriata dell'inverno.

Bando alle ciance, invece in Cina l'anno cambia in occasione della prima luna nuova dopo il solstizio invernale e, quindi, fra gennaio e febbraio. Il capodanno cinese è conosciuto come Chunjie o, molto ottimisticamente, Festa di Primavera anche se gli alberi sono ancora spogli e fa un freddo cane.
Una decina di giorni fa, la Festa delle Lanterne ha dunque concluso il lungo periodo di feste in concomitanza con l'inizio del nuovo anno.
Secondo l'astrologia cinese ad ogni anno è associato, a rotazione, uno dei dodici animali dello zodiaco, dal Topo al Maiale e questo è il turno del Gallo che rimpiazza la Scimmia.
Per esempio, in casa nostra abbiamo una Tigre, Matteo, un Drago, Tommaso, e due Conigli, Iduzzo ed io, cosa che non ci avvantaggia. Perché il coniglio sarà anche, secondo la tradizione locale, quieto, riservato, retrospettivo ma il drago e la tigre se lo mangiano in un boccone. 

Durante il capodanno cinese il colore dominante nelle decorazioni è il rosso, dalle lanterne agli hongbao, le buste in cui si infilano soldi da distribuire un po' a tutti, anche ai bambini. Un rituale che ora conosco ma che ai tempi, a Taipei, mi aveva trovata impreparata. Ricordo di un pomeriggio, eravamo appena approdati a Taiwan, quando mi sono sentita bussare alla porta e la mia vicina di casa si era presentata per farci gli auguri e per consegnare a Matteo, allora cinque mesi, la famosa busta rossa. Avevo pensato si trattasse di un semplice biglietto di auguri ma dentro c'erano proprio dei soldi e non pochi. Convinta fosse un errore o, anche peggio, un'offerta d'acquisto per Matteo, prima di attraversare il pianerottolo e restituirla, mi sono consultata con Polly, il nostro angelo custode che mi ha rassicurato : "It's ok, Anna. You can keep it. It's our tradition."
Ai lati delle porte o dei portoni di ingresso si appendono invece i Chun lian, una coppia di strisce rosse con caratteri dorati di buon auspicio. Quello che ho a casa io, ne avevo comprato ancora uno a Taipei quando ovviamente non sapevo che ci volesse la coppia, pare dica così : Una famiglia serena e tranquilla sarà sempre fortunata. Sperem.


Rosso ovunque ma soprattutto sulle porte ed i portoni di ingresso decorati con gli immancabili Chun lian
Il rosso è il colore che, secondo la leggenda, spaventa Nian, e "nian" vuol dire anche "anno" in cinese, un mostro enorme con il ciuffo tinto biondo e la cravatta rossa ... ah no, scusate, quello esiste davvero e vive alla Casa Bianca ... questo è invece un mostro con la testa di leone che, proprio una volta ogni dodici mesi, esce dalla tana per divorare esseri umani. Proprio per allontanarlo la tradizione vuole che, in occasione del capodanno, oltre ad un tripudio di rosso ovunque, si sparino fuochi d'artificio e si faccia sostanzialmente un sacco di rumore. Una storia che è stata ripetutamente raccontata a scuola ai miei figli tanto che, proprio la notte di capodanno, Tommaso era terrorizzato che lo Nian entrasse in casa.
"Tommaso, non preoccuparti, non esiste !"
"No esiste, esiste. Me lo hanno detto a scuola!"
"È solo una leggenda. Non esiste."
"Mamma, cosa vuol dire "leggenda" ?"
"È una storia che non è vera, come questa."
"Ma è vera. Me l'ha raccontata la maestra."
"Va bene. Sarà anche vera ma non preoccuparti. Nian vive a Washington e ce l'ha con i cinesi."

Quest'anno, contrariamente a quasi l'intera popolazione expat che ha colto l'occasione per menare le tolle, respirare aria pulita e farsi un po' di mare, noi abbiamo optato per la staycation come dicono gli americani. Ad un mese scarso dal nostro rientro dall'Italia l'idea di salire di nuovo su di un aereo mi faceva semplicemente vomitare. L'abbiamo trascorso tutto qui questo Chunjie, in una Shanghai tranquilla e deserta, abbandonata dagli occidentali ma soprattutto dai cinesi che, nei giorni precedenti alle festività, carichi di valigie e di regali sono saliti su treni, macchine e aerei per raggiungere le proprie famiglie anche in zone molto distanti della Cina. 
Per molti questo, conosciuto con il termine di Chunyùn, è infatti l'unico periodo dell'anno in cui poter riabbracciare i genitori, le mogli ma anche i figli lasciati a casa prima di avventurarsi nelle grandi città alla ricerca di un lavoro anche umilissimo.
S tratta in assoluto di uno dei maggiori spostamenti di massa al mondo e quindi di una sfida non indifferente per gli organi preposti al controllo e alla gestione delle infrastrutture e dei trasporti.
A Shanghai i treni della metropolitana in direzione della stazione erano stipati di giovani e famiglie con bambini. Uomini e donne che, oltre alle valigie, cercavano di destreggiarsi con thermos, scatole di cibo, sacchetti, coperte, il tutto per affrontare viaggi anche molto lunghi verso il paese o la città di origine. 


@Gilles Sabrié
Tratto da Chris Bukley - Adam Wu " Chinese New Year : Inside the world's largest trek " - NY Times - 26.01.2017 
Osservavo questa umanità con grande tenerezza e simpatia ma anche sollievo nel ritrovarmi spesso sola sui treni che, invece, riportavano verso centro città dove, a parte qualche bus di turisti, per le strade si vedevano sempre meno crapini neri aggirarsi silenziosi e rapidi come le formiche, a piedi, a cavallo dei loro scooter un po' malconci o sulle bici "station-wagon" stracariche di merce.
Persino la musica cinese che da mesi allieta le nostre serate e che ho scoperto provenire dal parchetto dietro casa dove, cascasse il mondo, si raduna un gruppo di anziani per darsi alle danze, si era finalmente quietata.

Nessun rimorso quindi per aver scelto di rimanere stanziali, aspettando l'anno del Gallo in compagnia di qualche buon libro e riprendendoci sostanzialmente dal nostro esodo, quello natalizio, sicuramente più comodo e meno laborioso ma, diciamo, diversamente stancante.









Certe sere il cielo di Milano è di un blu intenso e, dalla finestra di quella che era la mia camera, spicca netta la sagoma del Duomo come se qualcuno l’avesse prima ritagliata e poi incollata sopra. In quelle sere quando la Madonnina da lontano sembra salutarmi con la mano, il mio spirito irrequieto da nomade perenne si calma e, in quella che rimane comunque la mia città, ritrovo pezzi della Anna che era.
Un’amica, al telefono, mi ha chiesto recentemente : “Ma Milano ti piace ancora ? Le vuoi ancora bene ?”. Chiaro che si. Io ho sempre amato Milano, la città in se, il contenitore di meravigliosi scorci, post, suoni ed odori.

Da sempre trovo Milano una delle più belle ed eleganti città europee. Una vecchia signora che ultimamente si è concessa anche qualche ritocco importante. Me la sono girata un po' durante l’ultimo break natalizio e sono tante ed importanti le nuove presenze del suo paesaggio urbano e architettonico.
Mi ricordo quando, all'epoca del liceo, si andava la sera in corso Como e, alla fine della strada, si apriva davanti a noi il paesaggio desolante dei binari della ferrovia che separavano il centro dal quartiere Isola.  Adesso è invece tutto collegato da un percorso che ha il suo perno in piazza Gae Aulenti, grande signora dell'architettura se non fosse per quella Piazza Cadorna che ancora digerisco a fatica. Come, del resto, la risistemazione della Darsena, luogo a me più caro perché parte del perimetro in cui sono cresciuta. Dopo tanti discorsi e progetti che un posto simbolico come la Darsena meritava, sono riusciti a tirarne fuori un qualcosa, nello stile e nei materiali, davvero anonimo e sciatto, fra un parcheggio dell'Esselunga ed un deposito ATM.
Convincenti o meno che siano, si tratta comunque di cambiamenti che mi restituiscono, ad ogni visita, una Milano diversa da quella che ho ormai lasciato una decina di anni fa e a cui reagisco, da un lato, con un certo orgoglio ed entusiasmo, dall’altro con un grande senso di disorientamento.

Quando si vive lontani ma soprattutto, come nel mio caso, in un perpetuo movimento da un posto all’altro, si ha l’illusione ma anche la vana pretesa che “a casa” nulla cambi. Quando torno mi aspetto sempre di trovare le cose esattamente come le ho lasciate come se, alla partenza, avessi schiacciato PAUSE e bloccato tutto in un fermo immagine. 
“Ma è morto il … ? - Ma si è sposata la … ? - Ma hanno avuto un altro bambino ? – Ma si sono trasferiti i …?” – “Si, non te lo avevo detto ? E ma con il fatto che non abiti più qui … io poi io mi dimentico.” Questa è la conversazione tipo con mia madre nelle prime 24 ore di permanenza a casa.
Quando ha chiuso il ristorante sotto casa ed il suo proprietario, dopo quasi trentacinque anni di lavoro, ha deciso giustamente di tirare i remi in barca e di vendere la baracca all’ennesimo ed inutile locale di cucina asiatica trendy, io me la sono presa moltissimo perché la sua chiusura significava anche l’archiviazione di una parte della mia vita, di tante sere in cui : “Sai cosa ? Non c’è nulla nel frigo. Scendiamo a mangiare dal Sig.Giovanni !”.
E di frigo vuoto non c’era solo il nostro ma anche quello di tanti altri residenti del quartiere con cui ci si conosceva sempre per vie traverse. Era un punto di ritrovo. Da piccola ci mangiavo con i cuscini sotto al sedere per arrivare al tavolo, poi senza e alla fine da mamma prima che in cucina spegnessero i fuochi per sempre e che il Signor Giovanni tirasse giù la saracinesca per un'ultima volta prima di inforcare la sua bici da corsa e tornarsene a casa.
Il suo ristorante non è stata l’unica attività a chiudere i battenti. Molti altri negozi storici sono spariti. Al loro posto una proliferazione di ottici da cui ho dedotto che la vista dei miei concittadini stia peggiorando di brutto e di negozi di abbigliamento.

Resiste, invece, con mia grande felicità, il colorificio sempre uguale, io credo, dagli anni sessanta ad oggi, e di cui io dovrei essere socia di maggioranza dato il patrimonio speso durante gli anni di università quando, ad Architettura, di computer ancora non si sentiva parlare e si disegnava a mano con la china sbavando, smadonnando, raschiando via l’inchiostro con le lamette, bucando i fogli di carta da lucido - altro che Delete !
A gestirlo una deliziosa famiglia che ho ritrovato anche quest’anno quando sono entrata per comprare dei pennarelli a Matteo. Felice di ritrovarli li ho storditi di : “Ma che bello che siete ancora qui – meno male che almeno voi resistete – qui è cambiato tutto tranne voi” fino a quando ho colto nei loro occhi un’espressione quasi di sgomento e credo che, da dietro il banco, cercassero disperatamente qualcosa di ferro a cui aggrapparsi per contrastare quelli che, da lodi e complimenti, avrebbero potuto presto trasformarsi in una sfiga atroce se non nell’ennesimo ottico al posto di matite e cavalletti.

Ho anche incrociato, per le strade del mio quartiere, tante facce conosciute. Vecchi compagni di liceo, gente che bazzicava Architettura, e ho notato con piacere che soprattutto i più carini, quelli dietro cui ai tempi si sbavava, oltre al fascino hanno perso i capelli e messo su peso.
Per il resto i milanesi, loro, sono sempre uguali. Atteggiati e nervosi ma sempre, o quasi, impeccabilmente vestiti si aggirano per la città in bilico sul sedile dei loro motorini in tinta con il casco.
In un pomeriggio di gennaio ho portato i miei figli a teatro a vedere il film Frozen ma con l’accompagnamento di un’orchestra dal vivo che ne eseguiva la colonna sonora. L’atmosfera era da Prima della Scala : i bambini vestiti da mini impiegati con la camicia Oxford, il pantalone di flanella e la scarpa stringata e le bambine con il vestitino di raso, il collant ricamato e le scarpe di vernice. Per non parlare dei genitori ma soprattutto delle madri fresche di parrucchiere, nei loro twin set di cachemire e ingioiellate. Noi, diciamo così, decisamente meno tirati, ma, grazie ai miei figli che depistano parlando inglese, mi gioco la carta "forse sono stranieri" e ci vengono risparmiati sguardi di disapprovazione.
Del resto Milano è indiscussa capitale di moda e di eleganza quindi c’è poco da fare si respira nell'aria e bisogna mantenere una certa reputazione. Ci si veste bene a prescindere dall’occasione o dal luogo. I milanesi sono impeccabili anche quando si tratta di andare al supermercato o all’aeroporto con la prospettiva di un lunghissimo volo transcontinentale. La scarpa deve essere quella giusta, di marca e, se possibile, dell’ultima collezione dedicata proprio all' Air-Traveller, con set di valigie in coordinato.

Trovo tutto ciò estremamente godibile da un punto di vista estetico, del resto l'occhio resta quello di un'autoctona, quanto ridicolo ed eccessivo. Ho rinunciato con piacere all’ansia delle firme, e all’omologazione per cui vedi le stesse cose addosso a tutti. Io non vivrò mai in un paese in cui non si possa scendere in pigiama per una veloce commissione. A Milano in questo caso interverrebbe la Buoncostume. Ben venga dunque l’assenza totale di un qualunque senso dell’abbinamento come qui a Shanghai dove nonostante spendano un sacco di soldi nell’acquisto di capi d’alta moda (la distribuzione di negozi di Gucci è capillare quanto quella delle panetterie a Milano), sembra sempre che siano appena usciti dall’outlet dell’Oviesse. Dalle macchine di lusso escono individui improbabili in tute di ciniglia fantasia e zoccoli con il pelo. A Milano rischierebbero il linciaggio ed il sequestro del veicolo.

A volte mi chiedo se la distanza con cui guardo ormai alla mia città e che mi permette di prenderla bonariamente in giro sia, in fondo, solo un pretesto per rassicurarmi sul fatto di avere fatto la scelta giusta, di essermene andata e di non poterci tornare più. Un meccanismo di difesa che il mio cervello mette in pista ogni volta in cui la nostalgia di suoni, odori e scorci familiari tenta di farsi largo.
Davanti a quel cielo blu serale, non appena sento emergere, improvviso, un intenso senso di calma e guardo le guglie del mio Duomo come se il tempo non fosse mai passato e fosse stato tutto solo un lungo sogno, ecco che, dopo una manciata di secondi, l’impulso è quello di scappare di nuovo e di tornare alla piacevole fatica di perdermi per le strade della città adottiva del momento.
Vivo quella che io chiamo la condizione del “TRA” o “IN-BETWEEN” ossia il trovarsi in una perenne transizione, sia fisica che emotiva, fra posti, culture e persone diverse non potendosi mai concedere ad alcune senza avvertire immediatamente la mancanza delle altre. Eppure in quel “TRA” io ho ormai trovato il mio posto, la mia casa.

           “When I visit (…) now, I feel at once like a native and a visitor. My home is no longer my home, but then again – yes, it is.” 
Lauren Elkin.





Lunedì mi sono fatta forza e, ancora nel classico stato di dormiveglia da fuso, ho preso il mio carrellino della spesa e ciondolando mi sono diretta verso il Citysuper vicino a casa, una delle destinazioni abituali dell'occidentale che vuole conservare una parvenza di normalità nel fare la spesa. Ma questa volta è stata dura. Reduce, com'ero, da tre settimane di Esselunga dove una mozzarella non sarà lucidata con il Pronto ogni giorno ma almeno non ti costa quanto il caviale, mi sono sentita travolgere da una fortissima onda di sconforto e nostalgia. E dopo non aver trovato quello che cercavo, con due cartoni di latte riposti nel fedele carrellino, ho fatto retromarcia e me ne sono andata.

Del resto, ad ogni rientro, ci vuole un po' di tempo per riabituarsi ai dintorni. E, in più, questa volta ho risentito parecchio quel tipico stordimento da fuso per cui non sai più che giorno è, che ora è e neppure dove sei. Mai più, infatti, un volo diurno di 12 ore ma soprattutto mai più un volo diurno di 12 ore da sola con i miei figli. E il padre, vi chiederete ? Dunque l'uomo con cui vivo, per dubbi quanto improrogabili impegni di lavoro, tipo la riaccensione del computer, aveva menato le tolle da Milano qualche giorno prima ma con la coscienza a posto perché tanto : Anna, è un volo diretto quindi comodo.

A portarci a Shanghai ci ha pensato Airchina, una fra le più affidabili linee aree ma anche fra le più tristi a partire dal personale di bordo, delle scazzatissime ragazze vestite di rosso che fanno gli annunci al microfono con lo stesso tono con cui potrebbero annunciare un imminente disastro. E una selezione di film talmente scarsa che finisci per distrarti seguendo, come una cretina, la traiettoria aggiornata dell'aereo che sorvola i posti meno conosciuti sulla faccia della terra. Quando, dopo ore, finalmente appare Ullanbator, capitale della Mongolia, hai un breve ma intenso sussulto di entusiasmo come se si trattasse di Parigi o New York. Significa anche che mancano solo quelle 4 ore all'atterraggio che, su 12, passano in un soffio.

La cosa poi che mi snerva più di tutte è il fatto che il pilota non parli ai passeggeri. Nemmeno due parole per augurare un buon volo, per dire che è felice e che non prevede di inabissarsi in un oceano o di schiantarsi contro una montagna o anche solo due commenti su rotta e meteo. Niente di niente. Secondo me per legge dovrebbero essere obbligati a comunicare. A un certo punto, quasi raggiunta Shanghai, ho visto sullo schermo che l'aereo invece di cominciare a scendere, puntava verso il mare.  E perché mai ? Una distrazione ?La tentazione di pigiare il campanello e di porre il quesito ad una delle hostess, tutte ormai sedute e legate alle loro poltroncine in postura atterraggio, è stata forte. Ho resistito anche perché impegnata a zittire Tommaso che, nel frattempo, si era messo a urlacchiare : Mamma are we gonna crash into the sea ? Are we gonna crash ?
Il velivolo ha poi fatto inversione a U e  sullo schermo è riapparsa Shanghai. Pericolo scampato e sospiro di sollievo. No, ma io amo volare.

Alle 5 del mattino, ora locale (le undici di sera a Milano), senza aver dormito nemmeno cinque minuti e sotto una gelida pioggerellina, scendevamo i gradini della scaletta perché nemmeno uno straccio di finger c'era ad aspettarci. Ad aiutarmi, nella gestione di figli, bagaglio a mano, borse varie e valigetta dei giochi, un gruppo di italo-cinesi che, credo, rientrasse in Cina per le imminenti festività del Capodanno Cinese. Ai miei ripetuti quanto inutili "xie-xie (grazie)" rispondevano con "ma va, figurati, è un piacere, alla prossima etc"
In particolare ho sorriso alla mamma di Mario, una giovane ragazza cinese che con i genitori parlava mandarino ma con il figlio e, in più, con un marcato accento milanese : "Allora Mario ti dai una mossa si o no ? Se non la smetti le prendi !"
Sono stati gli ultimi suoni familiari, poi, una volta recuperate le valigie e il marito che, nonostante gli improrogabili impegni di lavoro, era comunque venuto a prenderci, ci siamo infilati in taxi. Il tipo ci ha guardato in attesa di sapere la destinazione :
Xintiandi. Shunchang Lu
Eh ?
Xintiandi- Sunsan Lu
Eh ?
Xintiandi - Sciuscian Lu
Ah, Xintiandi - Sunscian Lu. Haole, haole (ok,ok)
Welcome back !


Una porta e un albero. Li ho incontrati nel sito d'arte M50 o Moganshan 50
che ospita diverse diversi artisti e gallerie d'arte contemporanea

Con le città dove vivo è un po' come con le storie d'amore con due uniche differenze. La prima che il numero di legami sentimentali della mia vita, e a questo punto possiamo tirare già le somme, è di gran lunga inferiore al numero di posti dove ho trascorso la mia esistenza e la seconda che almeno le città sono sempre io a lasciarle.
Legami urbani infatti destinati a non durare ai quali tuttavia mi ostino a dedicare tempo ed energie invece di farmi i fatti miei e costruirmi una bolla di quotidianità in cui rifugiarmi e proteggermi senza mai spingermi oltre. 
E così anche di Shanghai mi sto lentamente innamorando anche se so che non dovrei. 

Presa di petto e in antipatia fin dall'inizio perché mi portava via da Nuiok che è sempre stata la città del cuore, quella in cui alla fine mi sarei fermata per sempre perché era scritto nel mio destino e bla bla bla, Shanghai non si è arresa ma, con la delicatezza e la poesia che, al di là degli sputi, la contraddistinguono mi ha preso la mano ed in silenzio mi ha portato fuori nei suoi viali alberati, fra la biancheria stesa e le rughe dei vecchi che ti sorridono dalle loro sedie fuori nei vicoli, lungo il fiume, sotto i grattacieli audaci di Pudong, nei ristoranti ruspanti a mangiare scodelle di noodles o nei locali più tirati dove, spesso, ho la sensazione di essere ripiombata in quell'atmosfera coinvolgente ed accattivante tipica di Nuiok.
Solo che qui il ritmo è più lento e pacato. Nei parchi, poca breakdance e musica pop ma piuttosto anziani che, sfidando artriti varie, danzano o fanno bizzarre ginnastiche ai ritmi di nenie cinesi. Per strada le auto sembrano sprovviste di clacson ed i motorini elettrici, come le biciclette, sono tanti ma silenziosi.
La metropolitana non è un girone dantesco ma pulita, chiara ed efficiente. E poi sono tutti loro così apparentemente uguali e monocromatici ad infondermi un senso di ordine e di pace interrotto solo dal cicaleccio incomprensibile.


Il teatro in strada. Storie che si intrecciano sui marciapiedi di Shanghai con un'unica certezza
le mutande sempre appese alle finestre



Questa è una coppia che incrocio sempre quando attraverso il parco vicino a casa.
Fanno una specie di scherma al rallentatore













Tuttavia, mentre ne tesso le lodi, da due giorni il livello di inquinamento dell'aria è decisamente peggiorato e la vita quotidiana ne risente. In giro si vedono tanti aggirarsi con le mascherine incollate sui nasi, cosa che a me fa pensare ad un attacco chimico in corso e mette una discreta ansia, anche se sto cercando di prenderla cool a differenza di molti colleghi occidentali che si chiudono a casa, anche per settimane intere, non aprono le finestre e hanno purificatori ovunque. Così, da un lato, cerco di non farmi contagiare dall'isteria collettiva, dall'altro, quando esco per fare due spese con il naso all'aria, scatta la domanda : Morirò ?


Anche l'Iphone ce lo ricorda : occhio all'aria ! 
Da quando siamo qui il livello di inquinamento non è mai stato allarmante, abbiamo avuto diverse giornate di cielo blu ed un clima decisamente mite. Pare però, e a ragione, che il momento critico arrivi in concomitanza con l'inverno quando con il riscaldamento acceso la qualità dell'aria peggiori drasticamente.
Detto questo, la vita resta una questione di prospettive. E mentre noi controlliamo l' AQI (Air quality index) su delle app occidentali, quelle cinesi, sempre più ottimiste, mostrano valori di inquinamento molto più bassi tanto che in giro si vede gente fare persino jogging. Vuoi mettere morire ma in forma ?

Ad ogni modo, dopo l'acquisto di un meraviglioso purificatore scandinavo che trasforma l'aria di casa in quella di un rifugio su un fiordo, mi attiverò anche per procurarmi delle mascherine da esterni. E così tranquillizzerò la madre di una compagna di nuoto di Matteo che, proprio venerdì, ha persino esitato a portare la figlia in piscina per evitarle di attraversare quei dieci metri da cui dista il suo palazzo. Poi purtroppo ha cambiato idea e mi sono sorbita per una ventina di minuti tutte le sue Shangafobie, dall'aria ai prodotti tossici per cui lei non acquista nulla in questo paese e si porta tutto dagli States dove, a mio avviso, vendono esattamente le stesse cose ma tre volte più care. Però, come succede spesso quando chiedo agli ansiosi come lei perché non se ne tornino a casa, mi sembra che siano i privilegi che questa città regala a molti expat, come l'autista e la donna delle pulizie che non costano nulla, a compensare il rischio continuo di estinzione della famiglia. Vuoi mettere mandare a scuola i tuoi figli, si, intossicati ma con il driver ?

Ecco, magari sbaglio perché l'autista non ce l'ho, ma penso che sia più importante per i miei bambini respirare aria pulita e quindi, nonostante il crescente affetto per la città, quando si presenterà l'occasione giusta sarò felice di andarmene perché dopo tutto, Shanghai, io ti amo ma tu mi intossichi.
Nel frattempo, però, voglio godermela e, con le giuste precauzioni, continuare a frequentarla per conoscerla meglio. Un giorno ci lasceremo, spero da viva, ma vorrei portarmi via in valigia più bei ricordi che purificatori. 


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